LearnItalianOnLine.It

Home » About Sicily » Perché la Sicilia è sempre stata in crisi: i baroni nati stanchi

Perché la Sicilia è sempre stata in crisi: i baroni nati stanchi

Disordine, Brigantaggio e Baronato

Brigante siciliano

Nel XV secolo la Sicilia, a parte i suoi problemi interni, dovette fare i conti con il problema della svalutazione della moneta e dell’aumento dei prezzi e del vagabondaggio. Ci fu un problema anche di sovrappopolazione delle città a causa del fatto che era difficile trovare da lavorare e da mangiare nelle campagne e nei villaggi.

Nei rapporti ufficiali si parlava molto del fenomeno del brigantaggio. In buona parte dell’interno della Sicilia non erano penetrate né la giustizia reale né quella feudale, ma singole comunità di famiglie che avevano cercato per secoli di difendere le proprie leggi e il proprio modo di vivere. I banditi erano così spesso gente di montagna forse discendenti da popolazioni che qualche lontana invasione aveva messo in fuga verso l’interno; o erano pastori delle colline venuti in urto con gli agricoltori residenti nelle valli, quando l’aumento delle popolazioni aveva spinto ad arare più terre riducendo così i pascoli invernali nelle pianure. La tensione nelle campagne si aggravò quando alcuni pascoli furono privatizzati insieme con i terreni comunali e i boschi; e ogni primavera, quando si apriva  la stagione del brigantaggio, alcuni di questi uomini delle montagne uscivano dai loro ripari per fare il maggiore numero possibile di rappresaglie contro i proprietari terrieri e le città della pianura.

La vita selvaggia del predone aveva sempre avuto il suo fascino, e non solo per questi fuorilegge dell’interno. Quando non funzionava bene il sistema giuridico chiunque, a prescindere dal ceto sociale cui apparteneva, ricorreva a propri mezzi personali per saldare i conti;  e nella società siciliana questo modo di vivere, cioè il rubare e l’imbrogliare per essere liberi, era diventato un codice d’onore.

Già nel XII al tempo di Guglielmo II c’erano queste famiglie che operavano una giustizia tutta loro, come quella detta dei “vendicatori”, o nel XIV secolo al tempo di Federico III e Martino dilagavano gruppi di famiglie che incutevano terrore e paura, che si raggruppavano in bande armate per fare valere i loro principi e vedere salvi i loro interessi. Il furto più comune era quello del bestiame, talvolta questo aveva lo scopo di costringere i proprietari a pagare per avere protezione, altre volte di nutrire le bande di briganti, ma il suo scopo principale era quello di rifornire il commercio clandestino introducendo la carne nelle città all’insaputa dei funzionari del dazio.

Non è facile documentare il fenomeno del brigantaggio, molto del materiale relativo alla sua documentazione è andato perduto nei bombardamenti della seconda guerra mondiale e in altre fasi rovinose della storia siciliana. Ma le poche storie di “famiglie storiche di briganti” in Sicilia si assomigliano attraverso i secoli, cioè si trattava di comportamenti similari nel tempo che avevano alla base il farsi giustizia da se con il terrore e la paura e adottando il silenzio come mezzo per tenersi al sicuro.

Il brigantaggio era un fenomeno comunque diffuso in tutta Europa, ed è noto  che nella leggenda popolare la figura del brigante fosse una figura simpatica, un ribelle contro la società un difensore degli oppressi, forse persino un combattente per l’indipendenza siciliana anche se poco simpatica era la sua abitudine della falsa testimonianza quando accusava qualcuno di delitti non commessi. Quasi tutti i cittadini nell’isola portavano illegalmente armi perché non credevano nella giustizia locale.

Tra le componenti del brigantaggio un elemento era la rivolta del povero contro il ricco. Un altro era esattamente il contrario, quando i baroni che erano essi stessi dei predoni facevano dei loro castelli e delle loro residenze in città un rifugio per banditi che li aiutavano a mantenere asservita la popolazione contadina. Un altro ancora era l’antagonismo fra clan aristocratici. Spesso le famiglie aristocratiche si contendevano il potere in una stessa città come accadeva a Catania, Agrigento, Trapani e Messina e spesso accadeva anche che i nobili si facevano giustizia da loro uccidendo in piena luce delle persone che avevano fato loro un torto.

Il governo sapeva che mantenere le strade libere dai rapimenti era importante per il benessere della società, e nella misura in cui lo permettevano le finanze e l’influenza baronale, fece un onesto tentativo per applicare la legge. I malfattori che si sottraevano alla giustizia, erano dichiarati “banditi”, uomini al bando. Dopo un altro anno di evasione essi divenivano “fuorilegge”, e potevano essere uccisi da chiunque. Una terza categoria era quella detta dei “relegati”, cioè quella dei capi locali della malavita.

Il governo spagnolo cercò di lottare contro questi banditi con un sistema: l’offerta del perdono a quel delinquente che avesse una volta catturato il nome del suo complice. Molti dei principali banditi nella storia siciliana furono catturati o graziati in questo modo. I viceré furono sempre più inclini ad usare metodi di giustizia sommaria e la procedura ex abrupto nei loro tribunali; altrimenti in una società in cui non si poteva fare alcun affidamento sulla testimonianza, i criminali avevano garantita l’immunità e questo poteva essere considerato più dannoso per la società che la punizione di pochi innocenti per errore. I capitani d’arme avevano un corpo di polizia a cavallo destinato alla cattura dei banditi e la nobiltà si lamentò spesso che questi erano troppo severi e autoritari. Alcuni dei viceré più coscienziosi nominarono capitani degli spagnoli, perché i siciliani erano troppo coinvolti per essere imparziali e a volte persino avvisavano tempestivamente quegli stessi banditi che avrebbero dovuto tenere sotto controllo.

I re e i suoi feudatari erano raramente in contrasto tra loro, dal momento che avevano interessi fondamentali in comune e al tempo stesso sfere di operazione in larga misura diverse. Il re aveva bisogno della Sicilia per le basi militari  e per i suoi prodotti alimentari, mentre i baroni erano del tutto soddisfatti fintantoché controllavano gli affari locali ed erano poco tassati. A queste condizioni ai baroni poco importava se avevano peso in politica e se la Sicilia non aveva l’indipendenza-, ai viceré faceva comodo di non tornare al regime autoritario dei re normanni e l’annessione della Sicilia a Napoli permetteva di governare meglio l’isola. Tanto il re quanto i baroni avevano bisogno di preservare l’ordine sociale e volevano solo pochissime truppe straniere di stanza in Sicilia. Il dominio spagnolo sarebbe stato più difficile da imporre senza la presenza di una classe patrizia disposta ad assumersi in larga misura le operazioni di polizia e l’amministrazione della giustizia. I nobili siciliani erano sì potenti ma si trattava di un potere circoscritto, a loro mancava il monopolio delle grandi cariche dello Stato e spesso non potevano proprio esserlo perché non erano molto istruiti e non capivano come dimenarsi nell’amministrazione politica del regno stesso. Per cu la partecipazione al parlamento dei baroni era più una questione di prestigio e rappresentanza che di effettiva competenza e necessità. Ai baroni mancava la volontà e la capacità di guidare un movimento separatista, fatto indicato dalle loro reciproche gelosie. Tagliati fuori dalla vita ordinaria della gente comune essi avevano acquisito un interesse sempre maggiore nel dominio spagnolo. Un osservatore francese notò con un certo scherno che la disorganizzazione dei loro affari privati li costringeva ad accettare l’aiuto del governo, eppure non erano in grado neppure di risentirsi per il disprezzo con cui talvolta gli spagnoli li trattavano. Il dominio spagnolo, permettendo ai baroni di fare la parte dei tiranelli nei loro feudi e tassandoli poco, si procurò una vita facile. Non tutti i viceré ebbero lo stesso atteggiamento nei confronti dei baroni che di conseguenza non erano tutti uguali. C’erano comunque delle punizioni contro i baroni per la difesa dei poveri , specie quando questi proibivano la vendita del grano ai contadini nel mercato libero, ma il ripetersi di queste stesse punizioni fa capire come era vero che nessuno a parte i ricchi poteva effettivamente presentare delle petizioni al re per ottenere la riparazione di un torto.

Malgrado la loro potenza molti aristocratici erano molto poveri e indebitati e spesso il matrimonio ara un mezzo per recuperare lo stato sociale. Proprio l’attaccamento per lo status sociale e la mancanza del senso del dovere fu la caratteristica negativa dell’aristocrazia siciliana che fu sempre avversa al commercio perché c’era la mentalità della vita comoda e dell’apparire e dell’avere una vita fatta di agi e comodi. Mentre invece l’aristocrazia di altre parte d’Italia come per esempio quella di Genova e Firenze era attiva nell’industria e nel commercio, la nobiltà siciliana lasciava che lo sviluppo dell’isola dipendesse dal lavoro e dal capitale straniero e questo atteggiamento fu anche imitato dalle classi più povere. Man mano che i ricchi in numero maggiore divenivano baroni, le famiglie più antiche erano ansiose di comprarsi una posizione di superiorità rispetto a loro, e ciò scatenava un ambizioso spirito che poteva durare all’infinito. La quantità di tempo e di cure spese dalla nobiltà dirigente nella lotta per la posizione sociale rappresenta un fatto fondamentale per spiegare la sterilità politica ed economica di questa società. Invece di dare dei suggerimenti per migliorare l’economia o per rendere la Sicilia più auto sufficiente, le proteste indignate dei nobili fatte giungere a Madrid erano dirette piuttosto contro i viceré che non trattavano i “titolati” con sufficiente rispetto , o contro i semplici mortali che usavano titoli di cui non avevano diritto. Nel 1574 era stato necessario stipulare un trattato di pace in piena regola fra due famiglie nobili di Licata che s’impegnarono a non combattersi, a non rivolgersi con termini irrispettosi l’una alla’altra e nemmeno ricorrere ai tribunali senza avere chiesto in precedenza l’autorizzazione al viceré. Ma, un secolo dopo, le liti di questioni di precedenza rovinarono più di un ballo di stato a palazzo. E il governo si limitava a ridurre al minimo il conflitto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: