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Gli Spagnoli in Sicilia

Il Nuovo Feudalesimo e gli Spagnoli

Barocco

Dopo i Vespri Siciliani ci fu da parte delle città dell’isola che si riunì sotto forma di Confederazioni per  aiutarsi contro l’oppressione francese, e all’arrivo del re Pietro d’Aragona in Sicilia i baroni furono ben lieti di appoggiarlo per privare di autonomia le stesse città siciliane.

Pietro il re non poteva vantare come Carlo una sovranità per  diritto di conquista così si dovette accattivare la complicità dell’esercito feudale locale ed ebbe bisogno di essere accomodante verso i suoi sudditi più potenti. Egli accettò che la Sicilia fosse un regno isolato senza che si fondesse del tutto con l’Aragona. Tutti questi privilegi da parte del re non furono erogati e si venne anzi a creare una nuova aristocrazia feudale spagnola che cominciava a ricevere terre in cambio del suo servizio militare.

Uno dei motivi per cui gli spagnoli scesero giù in Sicilia erano i loro  interessi commerciali. I re successivi continuarono a fare commercio di cereali in proprio e di altre mercanzie come la seta e il grano, e l’isola serviva anche per pagare le spedizioni militari.

Dopo Pietro salì al trono il figlio Giacomo che però voleva consegnare la Sicilia agli angioini. Così il fratello Federico si oppose, e dopo alcune lotte interne ottenne con forza la corona e venne nominato Federico III di Sicilia.  Questi però fu osteggiato dalla Chiesa con la quale fu costretto a fare un compromesso per conservare il suo regno: aveva accettato la supremazia feudale del papa e concesse speciali facilitazioni per l’esportazione del grano siciliano a Roma e dopo la sua morte il regno sarebbe dovuto passare agli angioini. Quest’accordo fu un trucco per guadagnare tempo: infatti Federico continuò a chiamarsi re di Sicilia e forse egli confidava sul fatto che il trattato era in un certo senso illegale dal momento che nel 1296 una sua dichiarazione,veramente degna di nota, si era spinta sino ad invalidare qualsiasi atto di politica estera cui mancasse il consenso parlamentare.

Nel XIII/XIV secolo ci furono parecchie rivolte da parte dei baroni siciliani per appoggiare questo o quel re tutto sempre per proteggere i propri interessi, ma adesso il feudalesimo era per lo più fatto di spagnoli e non rafforzava l’autorità centrale ma rappresentava un principio di disgregazione nonché una diminuzione dei diritti reali. Si trattava di un feudalesimo diverso da quello normanno: aveva più privilegi ed era meno dipendente dal re (per esempio venne sempre meno uno dei principi saldi del feudalesimo normanno che era quello che il feudo non era più una concessione temporanea fatta dal re e tenuta in custodia). Se il nuovo feudalismo del XIV secolo fu un onere per la società, ciò fu dovuto in larga misura alla mancanza di quel senso del dovere che altrove era talvolta una componente del rapporto feudale. Forse alcuni feudatari avessero continuato a considerare vantaggiosa la convocazione annuale del parlamento e si fossero adoperati per questo, si sarebbero create le concessioni per una discussione degli interessi comuni, essi si sarebbero impegnati di più per promuovere attivamente il benessere generale; ma di parlamenti annuali non sen parlò più. perché i baroni ormai mezzi facili per fare prevalere gli interessi privati. Sebbene essi fossero ignoranti e magari analfabeti, l’amministrazione cadde sempre di più nelle loro mani.

Federico III era di temperamento generoso e amabile. Aveva un’intelligenza fine e pare componesse poesie in catalano ed era il favorito di Dante perché aveva sfidato le intrusioni politiche di cinque papi. Quando morì nel 1337 la Sicilia era ancora indipendente, ma si trattava di un’indipendenza precaria; la pubblica autorità aveva ancora un certo peso  ma era in declino, e il paese doveva essere più povero di quanto non fosse quando egli vi giunse la prima volta in Spagna.

Ci sono poche testimonianze negli archivi per dare un giudizio netto sull’economia del periodo, tuttavia nonostante ci fossero evidenti problemi pare che il commercio godeva in ogni caso dello scambio con la Catalogna e la Sicilia continuava a essere la principale via commerciale per l’Oriente e il commercio con il Nord Africa continuava.

Scarsa è la documentazione sulla “morte nera” che le galee genovesi, probabilmente, portarono in Sicilia dal Levante nel 1347. L’ossessionante affresco Il Trionfo della Morte di Palermo riflette questo tremendo flagello, o una delle sue frequenti riprese Tuttavia l’incidenza del male è solo immaginabile. Quasi certamente la popolazione stava già diminuendo nel 1347, ma la sua valutazione dopo la peste varia da un terzo di milione a quattro volte tanto, e da tale incertezza deriva che ci viene a mancare un indice della trasformazione sociale ed economica.

 

Gli anni successivi al 1350 furono di grande dissoluzione della società. L’invidia verso la nobiltà nuova spagnola recentemente arricchita determinò un forte scontro con i nobili locali e queste fazioni a sua volta erano divise all’interno. Il bilancio pubblico era tutta una spesa per i vari combattimenti: ultime spese quelle di Federico IV  per esempio di finanziare le crociate dei papi contro le città del Nord per combatterne l’indipendenza comunale in cambio dell’appoggio papale per il suo governo in Sicilia che era riuscito a sganciare da Napoli.

Avventurieri armati, provenienti da paesi lontani come l’Inghilterra, fecero buoni profitti in questo mondo di lotte civili. Raramente c’erano battaglie regolari, così quelli che soffrirono di più non furono i soldati: gli eserciti impararono a  nutrirsi a spese del paese. Famiglie contadine fuggirono dalle zone costiere con grave danno all’agricoltura; alcuni emigrarono in Calabria e in Sardegna aumentando ancora di più lo spopolamento dovuto a causa della peste nere. Altri si diedero alla vita militare associandosi ai briganti e alcuni villaggi scomparvero del tutto. Però c’è da dire che probabilmente i cronisti del tempo esagerassero anche nel descrivere uno stato così fortemente tragico vista l’esistenza di banche e mercanti nello stesso periodo, se arrivavano ancora vani straniere e se i ricchi usavano ornamenti d’oro e le loro signore portavano acconciature come torri e bastioni. Evidentemente le guerre non potevano essere state così distruttive e forse, dove c’erano i mezzi e la volontà di usarli, era possibile coltivare abbastanza rapidamente le terre abbandonate. Quelli che avevano grano da vendere riuscirono a cavarsela abbastanza bene nascondendolo e speculando sull’aumento dei prezzi, ed era risaputo che alcuni di essi si erano fatti una fortuna approfittando della carestia.

Quando muore Federico IV nel 1377, la figlia Maria viene fatta sposare a Barcellona a Martino I, nipote del re di Aragona. Nel 1372 Martino I d’Aragona si proclamò re di Sicilia, creando sussulti nell’isola. Continuò   a esserci da parte dei re aragonesi una forte influenza sulla vita pubblica, sulle città, sulle imposte e sui porti e sulle esportazioni di grano. Ancora con Martino dalla Spagna proveniva una seconda ondata di proprietari terrieri destinati a diventare le più eminenti famiglie siciliane e a occupare parte dei vescovati e dei posti governativi. Nello stesso momento in cui altri paesi in Europa crescevano, la Sicilia stava perdendo la sua personalità e coesione politica. Da Martino I si passò a Martino II per poi arrivare nel 1412 a Ferdinando.

La Sicilia non fu più residenza di re: per quattrocento anni essa sarebbe stata amministrata da viceré, relegata ad una posizione i centro amministrativo più che politico, e priva di tutti quei requisiti caratteristici di un importante centro di governo. Con il termine di “viceré” si riconosceva per lo meno in teoria che su trattava di un regno distinto; ma dei 79 successivi viceré, pochissimi furono veramente di origine siciliana ma e nessuno dopo i primi 50 anni. Il primo fu Juan de Peñafiel , il figlio di Ferdinando.

La lealtà della Sicilia nei confronti della Spagna e la sua soggezione trovarono conferma nei 42 anni del regno di Alfonso d’Aragona dopo il 1416 Egli proseguì con la conquista dell’Italia meridionale e un volta conquistata Napoli, Alfonso pose la sua residenza stabile sulla terraferma Italiana e quando faceva riferimento alle “due Sicilie”, l’isola era per lui ” la Sicilia al di là degli stretti” mentre Napoli, molto più importante era la “Sicilia al di qua dello stretto”. In seguito Alfonso intraprese guerre avventurose contro Firenze, Genova, Milano e Venezia e anche per queste guerre la Sicilia contribuì a finanziare le guerre. I mercanti locali trassero profitto dalle forniture di guerre, e i baroni più combattivi si arricchirono con i riscatti e i saccheggi; ma la comunità nel suo insieme dovette perdere più che guadagnare. Il regno di Alfonso è stato descritto come il periodo in cui la Sicilia emerse dal Medioevo. Alfonso aprì una scuola di greco a Messina facendo arrivare da Costantinopoli  il professore di greco Lascaris. A Catania creò la prima università siciliana in modo da porre freno alla fuga di intellettuali, che tuttavia fece poco per gli studi umanistici e si limitò ad addestrare avvocati, medici nella pratica della professione. La Sicilia diede uno scarso contributo al Rinascimento se si eccettuano il Panormita, lo studioso umanista, e Antonello da Messina il pittore, entrambi esuli che passarono la vita a Napoli, Venezia o Milano.

Alfonso aveva la fama di grande mecenate, ma in pratica aveva poco danaro per questo. Egli dava uno stipendio ai professori di Catania; cedette il Palazzo Zisa al Panormita. Tuttavia le spese governative cominciavano a espandersi in tutte le direzioni e ad esse non facevano riscontro nuove tecniche nel settore finanziario e amministrativo.

Le fonti di reddito erano in larga misura ancora le stesse che al tempo dei normanni, specie quei redditi provenienti dalle terre della Corona. Alfonso controllò bene presto tutto il mercato siciliano facendo leva sulle tasse e alla metà del quindicesimo secolo l’economia era entrata in una fase difficile. Le guerre imperiali spagnole, la caduta di Costantinopoli in mano dei turchi nel 1453, il progressivo ridursi del commercio con il Mediterraneo orientale e con l’Africa Musulmana, tutto contribuiva a rendere la Sicilia più vulnerabile di prima. Era un periodo in cui si potevano fare grossi affari in Europa ma se si possedevano capitali. Pochi indizi fanno supporre che fossero destinati somme grosse per l’agricoltura siciliana. Lontani dalle città costiere, i contadini erano stati abituati per secoli a condizioni estreme di anarchismo o di semischiavitù . Alcuni parlavano e si vestivano ancora come i loro antenati arabi , isolati come erano dalle vicende del tempo. I villaggi avevano perduto ogni voce in capitolo nella scelta dei loro funzionari , mentre Alfonso aumentava il potere dei baroni a danno dell’autonomia municipale. Solo i comuni di Palermo e Messina godevano di una certa indipendenza e anche questa era il larga misura un’ illusione. La monarchia non aveva grande interesse a promuovere l’autonomia municipale, anche se era importante trovare il modo di ricavare denaro da essa. Tutto questo stato di cose causò il non sviluppo di una classe media con interessi politici comuni. Un segno di squilibrio presente nello sviluppo delle città siciliane è offerto dalla posizione di predominio che i mercanti stranieri si assicurarono nella loro economia. Erano per lo più spagnoli, genovesi e toscani. I mercanti e i banchieri italiani ebbero un’importanza considerevole nella storia siciliana. Carlo d’Angiò aveva favorito quelli toscani e molte famiglie mercantili pisane vennero a stabilirsi in Sicilia mentre le galee venete e fiorentine erano solite fermarsi sia nel porto di Messina sia in quello di Palermo, stabilendo così un contatto con le Fiandre e con l’Inghilterra. Questi legami con l’Italia impedirono che la Sicilia fosse totalmente assorbita dalla Spagna. Non solo italiani e spagnoli, ma anche mercanti inglesi erano presenti a Messina nel 1405. Nel XIV secolo i mercanti inglesi avevano un console a Trapani e un altro a Messia (dove la parola  ‘ngrisi giunse ad avere il significato di “incomprensibile” o di “straniero”): essi portavano via seta e salnitro, e in cambio riportavano stagno, piombo e aringhe.

Nel 1458 Alfonso morì e gli succedette nel 1479 Ferdinando che unificò l’Aragona con la Castiglia e la penisola spagnola stava diventando un’unica penisola e la Sicilia in questo processo di espansione occupava un posto modesto. Gli interessi locali furono sempre meno considerati e le imposte sempre più aumentate. Tante guerre pesavano sulla Sicilia il cui governo da parte della corona spagnola finì per essere un modo per finanziarle: quella della Spagna contro Granada e i Turchi e le mire espansionistiche di Ferdinando verso l’Italia meridionale. Nel 1504 Ferdinando conquista Napoli e le “due Sicilie” ebbero un sovrano unico.

Un altro segno di subordinazione fu l’introduzione dell’Inquisizione spagnola. Dal 1487 in poi il famoso Torquemada invio inquisitori in Sicilia e presto si ebbe un’istituzione stabile, bene organizzata, che aveva il suo quartiere nel palazzo reale di Palermo. La maggior parte degli inquisitori erano spagnoli ed il loro intento era quello di mantenere in Sicilia l’ortodossia e ad eliminare le minoranze razziali, proprio quando in pieno Rinascimento tutta l’Europa stava attraversando un periodo di splendore la Sicilia invece stava per essere isolata da quei processi di grande cultura del vecchio continente.

 

 

Atro segnale di dipendenza dalla Spagna fu l’espulsione degli ebrei dalla Sicilia nel 1492. In Sicilia c’erano molti ebrei ed erano particolarmente famosi come medici, mercanti e altro ancora e la loro espulsione avrebbe garantito alla corona spagnola tutti i soldi del ricavato della confisca dei loro beni. Anche quelli che si convertirono ebbero una parte dei loro averi confiscati e il resto degli ebrei emigrarono in Africa, Roma e nel Levante. Tra il 1510 e il 1525 ci furono parecchie insurrezioni della Sicilia contro la Spagna, intanto a Ferdinando succedette Carlo V suo nipote che apparteneva agli Asburgo d’Austria.

In merito al dominio spagnolo in Sicilia non si possono dare dei giudizi troppo netti soprattutto per l’imprecisione delle fonti. Tuttavia questi quattro secoli di dominazione spagnola caratterizzarono in modo molto particolare la Sicilia, basti pensare all’Inquisizione. La Sicilia finì con il non essere più un punto di snodo per le vie commerciali perché sostituita dall’India. Non c’era tra gli storici del continente di allora un giudizio molto positivo sui siciliani ed è vero comunque che mancava una classe di intellettuali, che non erano certo riforniti dall’università di Catania, si diceva infatti che era abbastanza semplice finire gli studi lì.

In generale gli Spagnoli avevano trovato il modo per governare la Sicilia cercando di non fare troppe rivoluzione nell’isola e soprattutto cercando di giocare bene le loro carte nell’appoggiare gli interessi dei baroni locali.

Il parlamento siciliano durante il Medioevo aveva molte caratteristiche in comune con quello spagnolo, rappresentato per lo più dalla parte più ricca della popolazione: baroni e vescovi. Si poteva riunire in qualsiasi città e in qualunque posto, ma nonostante si riunisse qualche volta l’anno non ebbe mai una sua autorità politica, era solo di rappresentanza e serviva solo per curare gli interessi di chi vi apparteneva. Esisteva un parlamento per la Sicilia orientale e uno per quella occidentale. Sebbene una legge del 1296 prescriveva delle riunioni parlamentari ogni anno potevano passare anche molti anni senza che se ne riunisse uno. Solo con gli spagnoli nel XV secolo venne introdotta l’usanza aragonese di dividere il parlamento in tre brazos o Camere; ecclesiastica, baronale e demaniale (quest’ultimo paragonato visto che era formato dai più importanti feudatari alla Camera dei comuni in Inghilterra). Il parlamento in Sicilia veniva comunque ad essere sempre vantato dagli stessi siciliani come un organo politico molto antico, che poteva in certi casi essere un posto dove si sottolineavano i malcontenti. Occasionalmente erano state discusse anche delle petizioni contro l’Inquisizione, il clero residente, contro il servizio militare. Il viceré comunque poteva legiferare per conto suo senza l’appoggio del parlamento, aveva tutte le carte in mano: nominava i presidenti di tutte e tre le Camere e aveva una parte preponderante nella scelta della maggioranza degli altri membri. La Spagna aveva il meglio di mondi: infatti il parlamento aiutava a imporre tasse, mentre al tempo stesso i siciliani volevano fare cedere che stesse gelosamente difendendo i loro interessi. L’ingiustizia di questo sistema era ovvia. In poveri erano colpiti più duramente di tutti. Questo veniva segnalato ogni tanto a Madrid ma era lo stesso parlamento che finiva per appoggiare l’aumento delle imposte. Occasionalmente c’erano delle ribellioni contro il sistema da parte di più disagiati ma senza successo.


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